La Parola della Domenica 14 febbraio

La Parola della Domenica 14 febbraio

Risanaci, o Padre, dal peccato che ci divide, e dalle discriminazioni che ci avviliscono; aiutaci a scorgere anche nel volto del lebbroso
l’immagine del Cristo s
anguinante sulla croce, per collaborare all’opera della redenzione e narrare ai fratelli la tua misericordia.

Dal libro del Levìtico Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne e disse: «Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale sarà condotto dal sacerdote Aronne o da qualcuno dei sacerdoti, suoi figli. Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».

Rit: Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi Fratelli, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza. Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo.

Dal Vangelo secondo Marco In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
Ha appreso che sta passando dalle sue parti e si è appeso a quella vicinanza: «Se vuoi, puoi purificarmi». È strana la macchina dei miracoli di Cristo: quando Gli riesce di compierli – giacché non sempre gli è possibile a causa di un indice di fede insufficiente – li compie sempre a favore di altri. Li firma, quando li firma, sempre per nascondersi, per poi riapparire sotto le mentite spoglie di una storia sanata, di una carne guarita. Con l’aggiunta, nel caso la gente lo applauda per il suo tentativo riuscito, d’arrabbiarsi parecchio: non è al miracolo che Lui vorrebbe la gente si fermasse, ma alla percezione che il regno di Dio sta accadendo sotto i loro occhi, in presa-diretta. Per questo Cristo prova compassione: è materia di viscere in fiamme, manovra di madre tutta presa, un gesto di pronto soccorso. È Dio che s’interessa dell’uomo: «Lo voglio, sii purificato!» Visto che l’uomo lebbroso l’ha lasciato libero anche di non guarirlo, di passare oltre, allora Gesù decide di guarirlo: non c’è nulla che infastidisca maggiormente il Cristo del vedersi costretto da qualcuno all’azione. Il lebbroso lo sa. Per questo: dice «Se vuoi». All’Uomo-che-chiama si rivolge nella medesima maniera di quell’Uomo quando è Lui ad invitare l’uomo: «Se vuoi essere perfetto, va’». Lasciato libero, Cristo arresta il mondo intero pur di riaccendere la luce in quel piccolo mondo in allarme. Lo vide lebbroso e, coinvolgendosi, sognò per lui la guarigione da quel male che lo teneva staccato dal resto dell’umanità «Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò». C’è qualcosa di più affascinante di vedere gente rinascere di nuovo? Di ritrovare un figlio perduto, una pecora andata a ficcarsi in chissà quali rovi? Cristo pare proprio dire di sì, sognando che l’uomo s’accorga di ciò che realmente sta accadendo: non tanto un lebbroso che guarisce – sarebbe già tantissimo accorgersi che a Dio l’uomo importa per davvero – quanto ammirare il regno di Dio che sta sbocciando. Non gli basta vederlo, lo tocca. «Dio è il Dio del presente. Come ti trova, così ti riceve e così ti prende. Non come tu fosti, ma come sei in questo momento». È sfumatura cara a Francesco, il Papa della carne-toccata: «Bisogna avere un contatto. Anzi bisogna toccare la gente, accarezzarla. Il tatto è il senso più religioso dei cinque. Fa bene dare la mano ai bambini, ai malati: stringere la mano, accarezzare. Oppure in silenzio guardare gli occhi: anche questo è contatto». Il toccare di Gesù è l’annuncio di ciò che un giorno spetterà di fare ai suoi seguaci, come gesto di restituzione della grazia ricevuta: buttarsi dentro la storia profana, ficcarsi col cuore nelle faccende che sanguinano, mescolarsi con tutta la realtà. Trasfigurare con lo sguardo tutto ciò che il mondo scarta di brutto, ad oltranza: «E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato». Senza guadagnare nulla in cambio se non la certezza che il bene fatto è stato fatto gratis, senza fini di lucro: «Guarda di non dire niente a nessuno!» Lui, invece, griderà: non è per disobbedienza, tanto meno per chissà quale dispetto. Èsolo che certi giorni la gioia esplode così pre-potente nel cuore che al solo pensiero di tentare d’arginarla i muscoli infiacchiscono: quando Cristo si mette in testa d’intervenire, è con troppa forza che interviene. Non conosce amore che rimanga indifferente alla vergogna di chi Gli si inginocchia davanti: «Guardate a lui e sarete raggianti». Complicano la vita al Cristo i miracoli che Gli riescono: in ogni deserto dove il Guaritore penetra, subito s’accende un formicolio d’umani. D’ora innanzi più nessuna solitudine per l’Uomo venuto al mondo per guarire. Con il guadagno di un conforto: nulla di tutto quello che ci accade riesce a toccarci senza prima aver toccato il cuore di Dio, di Ge che cura con sguardi e carezze

Emblematica è la figura biblica di Giobbe. La moglie e gli amici non riescono ad accompagnarlo nella sua sventura, anzi, lo accusano amplificando in lui solitudine e smarrimento. Giobbe è in uno stato di abbandono. Ma attraverso questa estrema fragilità, respingendo ogni ipocrisia e scegliendo la via della sincerità verso Dio e verso gli altri, egli fa giungere il suo grido insistente a Dio, il quale alla fine risponde, aprendogli un nuovo orizzonte. Gli conferma che la sua sofferenza non è una punizione o un castigo, non è nemmeno uno stato di lontananza da Dio o un segno della sua indifferenza. Così, sanitari, volontari, lavoratori e lavoratrici, sacerdoti, religiosi e religiose, che con professionalità, abnegazione, senso di responsabilità e amore per il prossimo hanno aiutato, curato, confortato e servito tanti malati e i loro familiari. Una schiera silenziosa di uomini e donne che hanno scelto di guardare quei volti, facendosi carico delle ferite di pazienti che sentivano prossimi in virtù della comune appartenenza alla famiglia umana.

dal cuore ferito e risanato di Giobbe, sgorga: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto». La malattia ha sempre un volto, e non uno solo: ha il volto di ogni malato e malata, anche di quelli che si sentono ignorati, esclusi, vittime di ingiustizie sociali che negano loro diritti essenziali. L’attuale pandemia ha fatto emergere tante inadeguatezze dei sistemi sanitari e carenze nell’assistenza alle persone malate. Agli anziani, ai più deboli e vulnerabili non sempre è garantito l’accesso alle cure, e non sempre lo è in maniera equa. Questo dipende dalle scelte politiche, dal modo di amministrare le risorse e dall’impegno di coloro che rivestono ruoli di responsabilità. Investire risorse nella cura e nell’assistenza delle persone malate è una priorità legata al principio che la salute è un bene comune primario. Nello stesso tempo, la pandemia ha messo in risalto anche la dedizione e la generosità di operatori

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12 febbraio 2021, parrocchiadiprestino