La Parola della Domenica 29 novembre

La Parola della Domenica 29 novembre

O Dio, nostro Padre, nella tua fedeltà che mai vien meno ricordati di noi, opera delle tue mani, e donaci l’aiuto della tua grazia, perché attendiamo vigilanti con amore irreprensibile la gloriosa venuta del nostro redentore, Gesù Cristo tuo Figlio.

Dal libro del profeta Isaìa Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema?Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità.
Se tu squarciassi i cieli e scendessi!
Davanti a te sussulterebbero i monti. Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordanodelle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome,nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.

Rit: Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo! Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza. La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!

Dal Vangelo secondo Marco In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».
Prima domenica di avvento: ricomincia il ciclo dell’anno liturgico come una scossa, un bagliore di futuro dentro il giro lento dei giorni sempre uguali. A ricordarci che la realtà non è solo questo che si vede, ma che il segreto della nostra vita è oltre noi. Qualcosa si muove, qualcuno è in cammino e tutt’intorno a noi «il cielo prepara oasi ai nomadi d’amore» (Ungaretti). Intanto sulla terra tutto è in attesa, «anche il grano attende, anche la pietra attende» (Turoldo), ma l’attesa non è mai egocentrica, non si attende la beatitudine del singolo, ma cieli nuovi e terra nuova, Dio tutto in tutti, la vita che fiorisce in tutte le sue forme. Se tu squarciassi i cieli e discendessi! . Attesa di Dio, di un Gesù che è Dio caduto sulla terra come un bacio. Come una carezza sulla terra e sul cuore. Il tempo che inizia ci insegna cosa spetta a noi fare: andare incontro. Il Vangelo ci mostra come farlo: con due parole che aprono e chiudono il brano, come due parentesi: fate attenzione e vegliate. Un padrone se ne va e lascia tutto in mano ai suoi servi, a ciascuno il suo compito. Una costante di molte parabole, una storia che Gesù racconta spesso, narrando di un Dio che mette il mondo nelle nostre mani, che affida tutte le sue creature all’intelligenza fedele e alla tenerezza combattiva dell’uomo. Dio si fa da parte, si fida dell’uomo, gli affida il mondo. L’uomo, da parte sua, è investito di un’enorme responsabilità. Non possiamo più delegare a Dio niente, perché Dio ha delegato tutto a noi. Fate attenzione. L’attenzione, primo atteggiamento indispensabile per una vita non superficiale, significa porsi in modo “sveglio” e al tempo stesso “sognante” di fronte alla realtà. Noi calpestiamo tesori e non ce ne accorgiamo, camminiamo su gioielli e non ce ne rendiamo conto. Vivere attenti: attenti alla Parola e al grido dei poveri, attenti al mondo, nostro pianeta barbaro e magnifico, alle sue creature più piccole e indispensabili: l’acqua, l’aria, le piante. Attenti a ciò che accade nel cuore e nel piccolo spazio di realtà in cui mi muovo. Vegliate, con gli occhi bene aperti. Il vegliare è come un guardare avanti, uno scrutare la notte, uno spiare il lento emergere dell’alba, perché il presente non basta a nessuno. Vegliate su tutto ciò che nasce, sui primi passi della pace, sul respiro della luce, sui primi vagiti della vita e dei suoi germogli. Il Vangelo ci consegna una vocazione al risveglio: che non giunga l’atteso trovandovi addormentati. Rischio quotidiano è una vita dormiente, che non sa vedere l’esistenza come una madre in attesa,gravida di Dio, incinta di luce e di futuro.

Sono vent’anni che mi incuriosisce quando varco la porta di casa. Non è nulla di eccezionale, non ha nulla di eccezionale: è una sorta di porta-ombrelli, di quelli bruttini. Anche un cieco avverte che non era nato per quello. In materia non ho fatto accurate ricerche perscovare la sua originaria destinazione d’uso: nutro il forte sospetto che spartisca il destino di altre cianfrusaglie, quelle quasi-inutili. Siccome, però, apparteneva alle cose-care lasciate dalla nonna (l’aveva fatto-a-mano il nonno prima di partire per l’Africa, come reliquia d’affetti in sua assenza), ci si fa mille riguardi a buttarlo via. “Lascialo lì – intercede di continuo la mamma -: non si sa mai, un giorno potrebbe servire”. Finora non è servito, un giorno potrebbe servire. La mamma, da come lo dice, ci crede davvero a quello che dice: «Se non ci metterà troppo, l’aspetterò tutta la vita». Un giorno non l’ho più trovato: “Dove l’avete messo?” ho chiesto ai miei. L’avevano portato in garage per spolverarlo: non-vedendolo, mi sono accorto di essermi affezionato ad esso. Il motivo? Adoro la sua capacità di aspettare. Degli oggetti inutili, come quel porta-ombrelli, mi fa impazzire il loro aspettare di diventare utili. D’attendere, umili, che arrivi il loro turno. Se arriverà, quando arriverà. L’Avvento è la stagione del mio porta-ombrelli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento». È la stagione dell’attesa: quella delle cose lente, che paiono non arrivare mai, che quando arrivano sembrano in forte ritardo. L’attesa è il futuro che si presenta a mani vuote. Il verbo dell’attesa, poi, è attendere: è verbo di trazione, ha forza di tensione, è freccia d’arco puntata, agguato sul punto d’accadere. È, pure, verbo di desiderio, identica semantica della speranza. In spagnolo “attendere” si dice esperar: in fondo aspettare è anche sperare. L’avvento è, dunque, stagione del desiderio: desiderare è allargare a più-non-posso il cuore, svuotare fino in fondo la sacca, cercare di fare più spazio possibile all’oggetto del desiderio. Quando il mio desiderio s’avvererà – apparendomi sotto forma dell’oggetto sognato – più il mio contenitore è vuoto, più-desiderio potrà contenere. A forza di desiderare, mi sono allenato a migliorare la mia capacità di portata. Che è l’esatto contrario di chi dice che aspettare è tempo-perso: «Aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettare niente che è terribile». Aspettare il desiderato, quello che, guarda caso, «voi non sapete quando il padrone di casaritornerà, se alla sera, a mezzanotte, al canto del gallo, al mattino». Arriva quando arriva. Nel frattempo c’è qualcosa di più triste del non aver avuto un’occasione: è averla avuta e non essere stati capaci di coglierla non resta che il mestiere dell’attesa: «Quello che dico a voi lo dico a tutti: vegliate!» Vegliare è verbo che affatica: occhiaie smunte, ossa stanche, schiena spossata. È restare svegli nel mentre tutt’intorno si dorme, crederci quando più nessuno lo fa, stare in attesa quando l’amore ritarda. E’ correre il rischio d’apparire così folli da farsi ridere dietro dal mondo intelligente: “A che serve attendere? – dice quel delinquente di Lucifero – I cristiani hanno tanto tempo da perdere”. Non capisce, citrullo come è per natura, che senza l’attesa la sorpresa diventa noia, lo stupore tramuta in abitudine, l’amore in volersi-bene. Perché, se non sto-in-attesa così a lungo – da sentire gli occhi che bruciano, le ginocchia che scricchiolano, il cuore che batte – rischio di fare la fine dei cittadini di Betlemme, proprio nella notte della grande attesa: dicevano tutti d’attendere il Messia, ma quando passò loro così vicino da chiedere “Permesso, posso entrare”, per Lui non c’era posto. Posto, invece, ce n’era in abbondanza. Non gli fecero posto perché, pur attendendolo, non furono capaci di riconoscerlo. Peccarono di desiderio: stanchi d’attenderlo, quando Lui passò molto-vicino, fecero una svista, peccarono di vista. Sfuggì ai loro occhi.L’accolsero gli animali, con i loro pastori: bestie e mestieri tutti d’attesa. “In attesa” è segnaletica d’avvento, annunciazione di arrivo-in-corso: «Vegliate!» È la logica del mio porta-ombrelli: “Attendo. Arriverà anche il mio turno!” (Amen)

Condividi su:   Facebook Twitter Google
27 novembre 2020, parrocchiadiprestino