La Parola della Domenica 19 luglio

La Parola della Domenica 19 luglio

Ci sostenga sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore;
fruttifichi in noi la tua parola,
seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova, che il Signore al suo ritorno farà splendere come il sole nel tuo regno.

Dal libro della Sapienza Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza
quando non si crede nella
pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini,
e hai dato ai tuoi figli la buona speranza
che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento.

Rit: Tu sei buono, Signore, e perdoni.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.

Dal Vangelo secondo Matteo. In quel tempo, Gesù espose alla follaun’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».

Il cuore della parabola: nella nostra vita il bene e il male crescono insieme in un intreccio che l’uomo non deve districare, lasciando a Dio di compiere tale opera nella pienezza dei tempi. È l’esperienza che facciamo tutti, anche dopo avere iniziato un percorso di fede, anche dopo una conversione che ci ha fatto cambiare vita. Pensiamo di essere cambiati; ma l’uomo vecchio di cui pensavamo di esserci sbarazzati ogni tanto emerge, fa qualche danno e, soprattutto, getta nello sconforto (Ef 4,22). Accogliere nella propria vita il Dio di Gesù cambia radicalmente il modo di vedere, di sentire, di operare, ci si sente e si è, in effetti, persone radicalmente diverse. Ed è proprio così che accade, davvero c’è un prima e un dopo l’incontro con Gesù. Ma, come dicevamo più sopra, la conversione non è che l’inizio di un lungo cammino che richiede un’enorme pazienza. Un nemico Un tale semina del grano buono nel campo ma, durante la notte, viene il suo nemico e semina della zizzania; questa produce un chicco scuro, non commestibile e che, soprattutto, intreccia le sue radici con il grano. Episodio plausibile: c’è sempre qualcuno che vuole distruggere il lavoro degli altri, con le buone o con le cattive maniere. Bisogna essere realisti: ci sono persone che agiscono per danneggiare gli altri, sperando di ricavarne un vantaggio o credendo di vendicare un torto subito. In questo caso il sabotaggio è davvero malefico: ci si accorge del danno solo quando la pianta, all’inizio indistinguibile, si avvicinaalla maturazione del frutto. Un brutto episodio che fa entrare in scena i servi, addolorati e straniti dall’inquietante episodio. Il punto di forza della parabola consiste proprio nel dialogo che segue l‘episodio. Al dolente stupore dei servi che chiedono al padrone per quale ragione il campo sia invaso dalla zizzania segue la meraviglia per l’ordine impartito dallo stesso: non devono strappare la zizzania, devono lasciare che cresca insieme al buon grano fino a quando la maturazione del frutto permetterà di riconoscere il grano con certezza, impedendo di strappare qualche spiga per errore.Stupore motivato: di solito le erbacce nei campi si toglievano ben prima di iniziare il raccolto. Ma anche sconcerto: la risposta argomentata e saggia del padrone ha, per noi che ascoltiamo, delle conseguenze imprevedibili. Lo stupore dei servi è lo stesso dei primi discepoli: se il regno è arrivato perché ancora spadroneggiano nel mondo la violenza e il peccato? E la stessa domanda, appesantita da due millenni di attesa, ce la poniamo noi, senza ipocrisia: se Gesù è venuto a salvare il mondo, dov’è questa salvezza? Non esiste la risposta puntuale ed esaustiva che vorremmo. Ci sconcerta l’agire di Dio. E la sua pazienza. Davvero avvertiamo un’abissale distanza fra i suoi ragionamenti e i nostri, fra la sua logica e la nostra (Is 55,8). Lasciate! La risposta del padrone è destabilizzante, certo. Ma anche saggia e lungimirante. Davanti allo zelo dei servi che vorrebbero, come sembra logico, strappare la zizzania, Dio invita ad aspettare, a pazientare. E ne spiega la ragione: strappando anzitempo la zizzania, molto simile al grano all’inizio della sua crescita, si potrebbe erroneamente strappare qualche spiga. Dal nostro punto di vista è un danno collaterale: cosa volete che sia qualche spiga al cospetto dell’intero raccolto salvato? Il punto di vista di Dio, al solito, è diverso. Deriva dalla sua ossessiva attenzione alla pecora smarrita (Lc 15,6), all’uno che diventa unico, (cfr. anche Mc 3,3). La soluzione c’è: pazientare per vedere il fruttoe poterlo distinguere. A questo punto intervenire tagliando entrambi, grano e zizzania, e separandoli. L’uno nel fuoco, l’altro nel granaio. Il padrone non nega la necessità della separazione. Dice solo che non è ancora il tempo e che non spetta agli uomini decidere quando sia il momento. La pazienza è necessaria perché noi uomini non siamo in grado di compiere la cernita. E perché è Dio ad avere stabilito l’ora della separazione, non noi. PazienzaNon siamo in grado di operare correttamente la cernita, non scherziamo. Grossolani e talvolta autoreferenziali corriamo il rischio di giudicare gli altri dal nostro punto di vista, appellandoci a convinzioni profonde, radicate che, se esasperate, diventano ideologia, cioè idea assurta a dogma intangibile, cui vanno sacrificate anche le vite umane. Nella Storia noi cristiani abbiamo compiuto degli abomini, facendo l’esatto contrario di ciò che insegnava il vangelo… appellandoci al vangelo! Ci vogliono, invece, un po’ di buon senso e di sana prudenza, al fine di moderare lo zelo della distruzione e della soluzione finale che tutti portiamo nel cuore, pugnaci come siamo nel profondo. È Dio ad avere stabilito l’ora della separazione. E ne intuiamo le ragioni: solo dal frutto riusciamo a cogliere la bontà della pianta (Mt 7,16). Se una spiga è buon grano o zizzania lo capiamo solo quando vediamo il frutto gonfiare lo stelo. L’apparenza inganna, e Dio lo sa bene. Persone che sembrano lontane da Dio, travolte dall’ombra, impestate, possono cambiare, convertirsi, fare buon frutto. Perciò i cristiani, inguaribili ottimisti, cocciuti nella speranza, pensano sempre che una persona possa cambiare in meglio. E come tali dovrebbero agire. Gesù chiede di pazientare perché sa bene che il cuore dell’uomo può cambiare. Addirittura il nostro.

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18 luglio 2020, parrocchiadiprestino