La Parola della Domenica – 22 marzo

La Parola della Domenica – 22 marzo

In questa settimana due anziani ci hanno lasciato (per diversi motivi); non mancano malati, anziani soli e … le famiglie con le loro comprensibili e diverse difficoltà. Abbiamo anche diversi preti della nostra Diocesi malati. Preghiamo gli uni per gli altri, sempre con il cuore aperto e fiducioso. Per questo cerchiamo Luce nella Parola. Se necessario cercatemi. Vi ricordo nella preghiera e nella Messa celebrata ogni giorno. dm (grazie a quanti mi cercano per salutarmi e sapere come sto …)

Dal Vangelo secondo Giovanni In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».
Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.
Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».
Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».
Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.
Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma
siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».
la Chiesa ci fa meditare sull’illuminazione, azione compiuta da Gesù affinché noi vediamo e siamo strappati dalle tenebre. Questo racconto ci testimonia che chi è cieco, non vedente, incontrando colui che è la luce del mondo diventa “capace di vedere”, mentre quelli che vedono, incontrando Gesù restano abbagliati fino a rivelarsi ciechi, incapaci di vedere. Questo brano presenta molti titoli attribuiti a Gesù, titoli che ritmano la progressione dalla cecità al vedere, dalle tenebre alla luce, dall’ignoranza alla fede testimoniata. Gesù vede nei pressi della piscina di Siloe un uomo colpito dalla cecità fin dalla sua nascita. Anche i discepoli che sono con Gesù vedono questo cieco, ma con uno sguardo diverso. Conoscono la dottrina che lega in modo automatico malattia e peccato, non sanno vedere innanzitutto la sofferenza di un uomo. Per questo domandano subito a Gesù: “Rabbi, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Gesù, che non vede il peccato ma piuttosto la sofferenza e il grido di aiuto in essa presente, dichiara che quella malattia è l’occasione per il manifestarsi del Dio che interviene e salva. Il suo è uno sguardo opposto a quello colpevolizzante, uno sguardo che dice interesse per la sofferenza umana e volontà di cura conforme al desiderio di Dio. Di fronte al male noi umani, soprattutto noi credenti, cerchiamo una spiegazione, vogliamo individuare la colpa e il colpevole. Gesù con umanissima compassione si avvicina al cieco e si mette a operare per sopprimere il male e far trionfare la vita. Gesù si dice “inviato” per compiere le opere di Dio:impasta della polvere con la sua saliva e la spalma sugli occhi del cieco. In tal modo ripete il gesto con cui Dio ha creato Adam, il terrestre, plasmandolo dallapolvere del suolo. L’uomo non vedente si sente toccato da Gesù, sente di poter mettere fiducia in chi lo ha “visto” come una persona nel bisogno. E non appena Gesù gli dice di andarsi a lavare nella piscina adiacente – detta di Siloe,dell’Inviato di Dio –, egli obbedisce, va, poi torna da Gesù capace di vedere. Ma questa azione scatena un processo contro Gesù. Il processo è articolato in 4 scene, ma alla fine è Gesù ad annunciare il vero processo in corso, nel quale si rivela chi vede e chi è cieco. La I scena (vv. 8-12) ha come protagonisti i vicini, quelli che incontravano abitualmente il non vedente, i quali si rivolgono a lui, ora guarito. Gli chiedono dove sia questo Gesù ma egli non sa rispondere. Altri uomini, attenti alla Legge, portano il cieco dai farisei, affinché giudichino l’operato di Gesù (vv. 13-17). Infatti “era un sabato il giorno in cui Gesù aveva aperto gli occhi al cieco”. Segue la domanda: “Può un uomo che infrange il divieto di lavorare in giorno di sabato, dunque un peccatore, fare un’azione buona?”. La risposta sembra ovvia: “No, egli non viene da Dio!”. Ma l’uomo guarito risponde: “È un profeta”, passo ulteriore verso la scoperta dell’identità di Gesù. Segue la terza scena (vv. 18-23): non accettando la dichiarazione, questi uomini religiosi fanno chiamare i suoi genitori e li interrogano sulla cecità del loro figlio. Costoro, colti da paura, preferiscono non interpretare ciò che è accaduto al figlio. Ed ecco l’ultima scena (vv. 24-34). Quei farisei chiamano l’uomo guarito per ascoltare la solidità della loro dottrina. Cercano di convincerlo, perché loro “sanno: ma l’uomo guarito conferma, con buon senso: “Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo”. Eironizza: “Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”. Si svela ora il vero processo in corso. Saputo che quell’uomo è stato espulso dalla sinagoga, Gesù lo va a cercare e gli pone una domanda, da cui nasce il dialogo vertice di questa pagina: “Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”. - “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”. - “Lo hai visto: è colui che parla con te”. - “Credo, Signore!”. E si prostrò davanti a lui. Ecco l’approdo alla fede: l’uomo chiamato Gesù (v. 11), il profeta (v. 17), uno che viene da Dio (v. 33), il Figlio dell’uomo (v. 35), è il Kýrios (v. 38), il Signore. Gesù allora, conosciuta questa fede, dice ad alta voce: “Io sono venuto in questo mondo per un giudizio, del quale è in corso il processo. Sono venuto perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi”. Non resta che chiederci se anche noi siamo dei ciechi nella fede: crediamo forse di vedere e invece non riconosciamo chi è la luce, Gesù Cristo?

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22 marzo 2020, parrocchiadiprestino