La Parola della Domenica – 28 aprile

La Parola della Domenica – 28 aprile

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo  Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese». Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito».

+ Dal Vangelo secondo Giovanni La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Diciamo che nei nasi s’era attaccata aria di paura: dei Giudei, della storia andata, di quella presente, della storia a venire. Parevano talpe sotterrate dentro il cenacolo: talpe cieche come discepoli (discepoli ciechi talpe), talpe ingobbite, inaffidabili. Solo uno trovava il coraggio d’andare e venire, d’uscire e rientrare: Tommaso-la-talpa, l’unico che la «sera di quel giorno» era andato a farsi gli affari suoi. Magari anche solo a prendersi una boccata d’aria, a respirare aria fresca: lui solo manca. L’Altro, nel frattempo, arriva di sorpresa e s’infila dentro un grido in codice: «Pace a voi!». Appena risorto, torna ancora da loro: torna a coccolare quella ciurma impaurita con la coda-tra-le-gambe. Il grande Abbandonato torna a cercare coloro che l’hanno reso tale. Li rimette in sesto, li rimette in strada. Proprio come accaduto a Lui: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Mica una ripicca da sfacciati: è la più stramba degli amori folli, bambini. Non più da soli in strada, a spingere la macchina; con tanta benzina, invece, nel serbatoio: «Ricevete lo Spirito Santo». La creazione fu una questione di alito: «Soffiò nelle sue narici un alito di vita». La ricreazione è ancora una questione di respiri, di sospiri, di soffi: «Soffiò e disse loro». Polvere del suolo più Spirito, paura mescolata con lo Spirito: basta sempre poca roba – poco più di niente – per generare capolavori: per chi ha mira, basta un soffio. Mica quisquilie, neanche stavolta: chissà se saremmo ancora in grado di riconoscerli, dunque, adesso che hanno lo Spirito addosso. Doppiamente risorti. Tempi addietro, uno di loro, Levi/Matteo, un giorno scarabocchiò una frase nei suoi brogliacci: «Dai loro frutti li riconoscerete». Forse voleva scrivere tutt’altra cosa: “Dalla paura li riconoscerete”. Avrebbe fatto più bella figura anche lui, una di quelle talpe, se è vero che «otto giorni dopo», quando l’Abbandonato ritorna, scopre che gli abbandonanti sono ancora tutti indaffarati nell’opera della settimana prima: lo stanno abbandonando, armati della paura che nemmeno lo Spirito era riuscito a buttare giù dalla torre. Mostrano d’essere esattamente quello che sono, confermano d’essere ciò che stanno facendo: capaci solo d’abbandonare. Lui li ha messi in strada, loro – tempo pochi attimi – sono già tornati ad infilarsi dentro il cenacolo: le macchine son tornate nel concessionario, il traffico faceva troppa paura. Le macchine, però, come le navi, non son costruite per stare nel salone, ma per ficcarsi nella strada. Eccolo che torna, dunque. Stavolta becca anche Tommaso, degli Undici l’unica talpa che andava-e-veniva, che almeno aveva il coraggio di ficcare il naso fuori: troppo facile, oggi, dargli dell’incredulo, dirgli “Tommaso ficcanaso”, rinfacciargli la non-fiducia degli amici. S’erano forse fidati – quegli stessi che adesso gli rinfacciano stizziti il fatto di non credere loro – della presenza del Maestro Risorto? Che, per non rinnegare se stesso, torna; l’Abbandonato ritorna a trovare quelli che sanno solo abbandonare. La sua predisposizione per le canaglie non sembra essere mutata nemmeno coi panni del Risorto. Torna per loro, torna per lui: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». La talpa-Tommaso è l’unica disposta ad arrendersi alla meraviglia, volle vedere a tutti i costi ma s’arrestò alle soglie del mistero, si sbucciò le ginocchia piombando in adorazione: «Mio Signore e mio Dio!» Il Risorto poteva giocare con le orecchie di Tommaso: tirargliele, fargliele venire rosse, allungargliele come quelle di un asino. Preferì rimanere quello di sempre, il Discreto, Colui che bussa: gli porse le mani, gli diede-una-mano, lo prese per mano. Gli chiese la mano: «Guarda le mie mani, tendi la tua mano». Credergli quand’era vivo sembrava complicato. Dargli fiducia in Croce fu fede ardimentosa. Riconoscerlo Risorto fu azione in-due-tempi. Anche tre, forse di più: i calcoli sono ancora in corso, manca ancora la mia fede.

Nella domenica della Divina Misericordia preghiamo insieme:Santissima Trinità, Misericordia infinita, io confido e spero in Te! Santissima Trinità, Misericordia infinita, nella Luce impenetrabile del Padre che ama e che crea; Santissima Trinità, Misericordia infinita, nel Volto del Figlio che è Parola che si dona; Santissima Trinità, Misericordia infinita, nel Fuoco bruciante dello Spirito che dà vita; Santissima Trinità, Misericordia infinita, io confido e spero in Te! Tu, che ti sei donata tutta a me, fa’ che io mi doni tutto a Te: rendimi testimone del Tuo amore, in Cristo mio Fratello, mio Redentore e mio Re. Santissima Trinità, Misericordia infinita, io confido e spero in Te! 

Condividi su:   Facebook Twitter Google
25 aprile 2019, parrocchiadiprestino