La Parola della Domenica – 7 aprile

La Parola della Domenica – 7 aprile

Dal libro del profeta Isaìa Così dice il Signore, che aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi a un tempo; essi giacciono morti, mai più si rialzeranno, si spensero come un lucignolo, sono estinti: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche!Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa,
per dissetare il mio popolo, il mio eletto.
Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési  Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti. Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.

+ Dal Vangelo secondo Giovanni In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».
Una corrida è quello che vogliono a tutti i costi, costi quel che costi. Tanto, quella donna è viziosa: ingrata, profanatrice, pure sgualdrina. Quasi bestia. «Tu che ne dici, Maestro?» La loro è una condanna senza appello: sassi a palate, sputi alla rinfusa. Lui, Parola maiuscola, giace in posizione minuscola: per terra, silenzioso, scrivente. Loro a dare-di-clava, lui a rispondere con parole annotate sulla sabbia: poche cose arrecano odio al furioso più dell’indifferenza di chi non gli accredita il minimo interesse. Doppiamente astiosa quella muta d’uomini: “Parliamo a te, Maestro, rispondi”. Lui, da par suo, tace, s’intestardisce nei suoi scarabocchi: annota appunti, scribacchia impressioni, suggerisce dei flashback. Oppure, chissà, rammenta loro il passato: “usuraio, falso, assassino, adultero, bestemmiatore da trivio, infedele”. Mica mollano. S’alza di getto, Lui; loro, turbati, son scossi come studenti all’aprirsi del registro. Lo sguardo della Luce è una lama fendente, mette all’angolo, spoglia: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». Parla alla suocera, però capisce la nuora: nemmeno come oratore è alle prime armi. Mica dice “non lapidatela!”: si sarebbe messo contro la Legge. Mica dice “lapidatela”: nel mondo è venuto per tutelare gli stecchini di legno come lei, non gli architravi di calcestruzzo come loro. Risponde ch’è una festa dell’udito: «Prego: chi è immune dal peccato, rompa il ghiaccio». Poi ritorna al fatto suo: a scrivere per terra. Quando il fuoco è pronto, basta una scintilla: «Ognun di loro rivide i suoi tradimenti (…) Ogni anima fu come una fogna che, alzata la lapida, manda al cielo una zaffata d’odore» (G. Papini, Vita di Cristo). Mica li ha condannati quell’Uomo, semplicemente ne ha scoperchiato l’anima: «Se ne andarono (…) cominciando dai più anziani». Molto di più di un piccolo particolare gettato alla rinfusa da un evangelista mai banale: quella anziana è una memoria densa. Tempo qualche attimo e l’arena si svuota, la corrida non parte, lo spettacolo è rimandato a data da definirsi. Solo lei rimane: prostrata, piangente, umiliata. Forse sorpresa pure lei dalle parole fendenti del Maestro. Anche Lui è rimasto: Lui e lei, miseria e misericordia. Rompe il ghiaccio Lui. Siamo rimasti soli, io e te, guardami, dimmelo: «Dove sono? Nessuno ti ha condannata?» E’ un incanto la voce, un brivido la novella: «Nessuno, Maestro». Eggià: «Neanch’io». Punto. Svendita totale? L’esatto suo opposto: «Và (…) non peccare più». Ancora donna, ancora stagioni d’amore, ancora sguardi possibili. Nessuno seppe mai se quell’anima provò contrizione per aver spartito la carne con storie foreste. In fin dei conti a spingerla là nel mezzo fu una muta rabbiosa di cani randagi: mica scelse lei d’avvicinarsi a quell’Ebreo misterioso, misericordioso. Ne approfittò la Grazia, quella che «nelle crepe sta in agguato Dio» (Borges): diede modo e tempo a quell’anima di ravvedersi. Se vorrà, quando vorrà, come vorrà. Di quell’incontro, mai divenuto corrida, rimase una porta socchiusa, una sorta di benvenuto perpetuo: «Il confessionale non è il luogo della tortura – suggerisce il papa -, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo (…) Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà» (Evangelii gaudium). A rincasare festante è la donna: ancora speranza in quella vita tribolata. Tutti-a-casa pure gli scribi e i farisei: “Ritenta, sarai più fortunato”. A casa pure gli apostoli, quelli coi compiti più gravosi: annunceranno un Dio che tiene sempre un salvagente di bontà a disposizione di chi sbaglia, di chi pensa di non sbagliare, di chi sbaglierà. Di quest’imputata domenicale che, a fine giornata, s’è scoperta più donna che femmina: certi sguardi sono rivelazioni. Rivoluzioni.

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5 aprile 2019, parrocchiadiprestino