Case famiglia, insorgono gli enti: «Non si conoscono i fatti»

Case famiglia, insorgono gli enti: «Non si conoscono i fatti»

C’è sconforto, a tratti anche rabbia, tra chi ogni giorno vive la realtà delle comunità per minori italiane. Perché se da tempo si attende che qualcuno torni a parlare, e con la necessaria insistenza, della situazione dei piccoli (per lo più di età compresa tra i 10 e i 17 anni) fuori dalle loro famiglie e sparsi nelle oltre 3mila strutture censite da Nord a Sud, la sensazione diffusa è che si sbagli di nuovo bersaglio.

Partendo più da esigenze elettorali che concrete. «Le dichiarazioni del vicepremier Matteo Salvini («Su tantissime case famiglia che fanno il loro lavoro, ci sono anche soggetti che tengono in ostaggio migliaia di bambini», ndr) mi hanno raggiunto mentre tornavo dalla Città dei Ragazzi di Roma, dove lavoro, e dove seguo trenta minori fuori famiglia» racconta Giovanni Fulvi, oltre che operatore sul campo nella struttura della Capitale anche presidente del Coordinamento nazionale delle comunità per minori (Cncm), che raggruppa circa 100 enti impegnati nel settore: «Di questi 30 minori, quasi nessuno è adottabile. La maggior parte è prossima ai 18 anni. Ecco già due dati concreti da cui bisognerebbe partire quando si parla di comunità per minori e case famiglia: all’interno di queste ultime non ci sono frotte di bambini che attendono d’essere adottati. E non ci sono frotte di bebè o di bimbi piccoli. Di più – continua Fulvi – il motivo per cui è necessario che rimangano del tempo, nelle comunità, è perché qui si lavora per farli rientrare nella loro famiglia di origine. Da cui sono stati allontanati».

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2 aprile 2019, luigi-clerici