La Parola della Domenica – 31 marzo

La Parola della Domenica – 31 marzo

O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione, concedi al popolo cristiano di affrettarsi con fede viva e generoso impegno verso la Pasqua ormai vicina.

Dal libro di Giosuè In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico. Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno.
E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.

SALMO Gustate e vedete com’è buono il Signore.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.
In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.
Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

Dal Vangelo secondo Luca In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Forse, fuggendo, non avrà nemmeno sbattuto la porta: più che di rabbia, la sua partenza sapeva di noia. Mica chissà quali grattacapi dentro casa: semplicemente la noia s’era impadronita di quell’intimità. Un’esigenza d’infinito, più che un’incompatibilità di carattere: “Voglio godermi fino in fondo la vita”. La storia, tra le mille, è d’impareggiabile beltà: narra l’epopea di una sete d’infinito zittita col biberon di falsi infiniti, «vivendo da dissoluto» (Lc 15).

Quella casa è un porto di mare: gente che va, gente che rimane. Non è che in quella famiglia sia lecito far ciò che si vuole: è che il capofamiglia li ha allevati convinto che non c’è gioia senza libertà. Li ha tirati-su liberi sin dalla tenera età: liberi d’andare, di restare, d’amare, liberi di smentire, di sollazzare. Di bere dalla bottiglia o, con più garbo, dal bicchiere. 

«Partì per un paese lontano», annota l’evangelista. O forse era vicino, più vicino nel suo cuore della casa dentro la quale abitava: il paese dei balocchi, per quanto distante sia, è sempre ad un tiro di naso. Laggiù vivacchia sonnecchiando: donne e motori, goduria e stordimento, sensi ed eccitazioni, vibrazioni. “Questa sì che è vita, signori!”, si sarà pur detto nel mezzo di tutto quel trambusto di faville. Pensava a lui il romanziere Kafka quando ragionava sulla libertà? «Si temono la libertà e la responsabilità e quindi si preferisce soffocare dietro le sbarre che ci si è costruiti da sè» (Conversazioni con Kafka). 

Non c’avesse pensato, sarebbe ancor più tribale la bellezza di quell’arresto: «Allora ritornò in sè». L’illusione è un solletico: la professionalità di Satana è vendertela come felicità. Mica rozzo quel venditore di sterco: in caso d’incidente, poi, non garantisce l’assistenza.

Ha perduto tutto il figlio: il cuore, ancor prima della faccia, del resto. Colui che tentò di diventare re di se stesso, è nudo. Il re è nudo: a contemplarlo, un branco di porci, qualche mandriano. Gli è rimasta la miseria: anche l’amarezza è un piacere, un piacere malaticcio. Proprio “una miseria” gli è rimasta, poco più di niente. Eppur sufficiente per non sfiancarsi del tutto sotto i morsi della fame: «S’accorge che la sua vita è vuota e che in realtà era libero e grande proprio quando viveva nella casa di suo padre!» (Benedetto XVI). La miseria sommata ad una memoria, quella del volto del padre, del tavolo da cucina: intimità, gusto, confidenza.

E’ un colpo di fulmine, su cielo nuvoloso: «Mi alzerò». Ci sono volti-museo: cerati, imbalsamati, perfetti, anche muti. A guardarli non capita nulla. Ci sono volti-giardino: smunti, fiacchi, tempestosi, anche parlanti. S’illuminano solo in caso di emergenza: “Se hai bisogno, chiama. Sono qui”. A pensarli, ci si rizza in piedi dalla vergogna: la grazia più grande che la creatura possa mendicare al suo Creatore. Che Dio conceda ad una creatura.

Dicevano in tanti: “Vedrai che torna quando ha fame”. Altri li correggevano: “Quando l’acqua arriva al collo, imparerà a nuotare”. Fallirono il bersaglio i primi tanto quanto i secondi. La spinta per il ritorno fu di tutt’altra specie: la segreta certezza che suo padre era già in strada, ad aspettarlo. Mica l’aveva visto di nascosto: era una percezione, un’avvisaglia nel sonno, un guadagno di sguardi condivisi. S’era mangiato un’eredità, solo il volto di papà era riuscito a salvare: uno sguardo fisso sul Padre basta e avanza. Il figlio: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te». Il Padre: «Presto (…) facciamo festa». Il fuggiasco parla di peccato, il Padre di festa. Dio, certe sere, soffre di amnesia: non c’è verso di fargli tenere a mente certe pagine del nostro passato. Il fratello di Giamburrasca s’imbufalisce: riaccoglierlo, anche secondo lui, era giustissimo. Imbandirgli una festa, però, gli sembrava come esagerare. Il problema è sempre quello: quando ama, Dio non riesce a contenersi. Han provato in tanti a farglielo capire, anche con una Croce addosso. Niente: non c’è stato verso di fargli cambiare idea.

Signore Gesù, come nell’ultima Cena con i tuoi, tu sei in mezzo a noi come colui che serve.

Tu ci onori del tuo servizio. Tu, l’Altissimo, umile ai nostri piedi, ce li lavi, ce li baci, ce li profumi d’amore, ce li calzi di mansuetudine e di pace, per farci camminare dietro a te fino alla Casa del Padre.

E la strada del ritorno passa per l’orto degli ulivi, sale sul monte della Croce, scende nella grotta del sepolcro, sbocca nel Giardino rifiorito. Signore Gesù, pur essendo molto lenti a capire, vorremmo saperti imitare e farci con te servi di tutti, per rendere visibile nei nostri gesti la tua immensa carità divina ed essere un giorno introdotti

alla cena della Pasqua eterna dove ancora tu stesso, secondo la tua promessa, passerai a servirci, saziandoci di gioia con la luce radiosa del tuo Volto. Amen (Madre Canopi)

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29 marzo 2019, parrocchiadiprestino