La Parola della Domenica – 17 marzo

La Parola della Domenica – 17 marzo

Dal libro della Gènesi In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono.  Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra,
dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési  Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!

+ Dal Vangelo secondo Luca In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Discendente da un casato di pastori, i suoi guerriglieri più fidati li andò a scovare di mezzo ad una ciurma di pescatori. Dal tempo del Padre a quello del Figlio, mutò il mestiere di chi venne scelto, ma la preferenza rimase la medesima: «Sembra che Dio avesse una certa propensione per le canaglie» (T. Radcliffe). Appassionatosi al mare e alle sue stramberie, il Nazareno non perse la memoria delle altezze: zone tipiche dei pastori più che dei pescatori. Le serbò sempre come scenario preferito delle sue prefigurazioni e degli anticipi: le tentazioni e le beatitudini, la trasfigurazione e la Croce. Sempre verso l’alto, a sputar sangue su per i tornanti infingardi. A salire, la montagna non ne guadagna: chi la scala fin a toccare vetta non tornerà a valle com’era prima. In ogni cima s’è andata a nascondere una sorta di annunciazione: salirle incontro è mettere in conto di scendere diversi. Li ha visti storditi i suoi guerrieri, nelle vicinanze di Cesarea. Lo Sbruffone – perduta la sfida col Figlio dopo essere stato minacciato dal Padre – mica mollò la presa. Andò a ficcarsi alle calcagna delle creature: “Metti in ordine il mondo da solo: che ti serve Dio?” Il dubbio è il terreno da gioco preferito di Lucifero: sempre tonico quell’angelo decaduto. Appetitoso, anche se merce scaduta: «Anche Satana ha i suoi miracoli» (I. Calvino). A provocazione, Cristo reagisce: “Tu quaggiù li confondi? Bene: io li porto in alto e farò venire loro la pelle d’oca da quanto bello sono. Mostrerò loro chi sei: il principe dei farabutti”. Ne prende tre: non i più santi, non i più eroici. I loro soprannomi sono la Pietra e i Figli del Tuono: quando il Cielo adopera l’ironia, è da capottarsi dalle risate. Li acciuffa Lui, per menarli su per la montagna: dall’alto, la visione d’insieme sarà migliore. Giù da basso, Lucifero ha confuso le carte ch’è una meraviglia: il Dio di Gesù è inaffidabile. Lassù, spetterà al Figlio riaccreditare il Padre: è affidabile, altroché. Uno contro l’altro, fino all’ultimo: una guerra giocata di fioretto più che d’artiglieria. Quella si serberà per la mossa finale. Toccata la vetta, la Roccia e il Tuono cappottano: «Caddero con la faccia a terra. Per stenderli, loro che si dicevano uomini di sicura resistenza, è bastata una visione: di quel biancore nessun lavandaio sulla terra era capace. Tenta, Pietro il loquace, l’avventura di rispondere alla luce. Scatena un rombo di fuoco, d’appetito: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». In Marco, scrittore essenziale, quella voce torna al battesimo nel Giordano (il punto geografico più basso del suo Vangelo) e sul monte della trasfigurazione (il punto geografico più alto del suo racconto). Nel punto più basso, nel punto più alto: “Nessun dubbio su mio Figlio: è affidabile”. Satana è ingabbiato: accerchiato, raddoppia l’orgoglio e la fantasia. Un appunto: il 6 agosto, nella liturgia, è giorno di festa della Trasfigurazione; nella storia, è il giorno in cui venne sganciata su Hiroshima Little Boy, la prima bomba atomica. Quel giorno l’uomo offese il sogno di Dio: mise ordine nel mondo senza di Lui. Rimarranno così, accoppiati ad oltranza: grano e zizzania, consolazione e disperazione, vita e morte, bellezza e inferno, Lui e l’altro. Nessuno obbliga a seguire Cristo. Lassù in vetta, il Dio affidabile li stese a terra con un anticipo di ciò che sarà: li fece svenire come il più scaltro degli amanti, il più feroce seduttore. La “sindrome di Stendhal” è discendente della “sindrome dell’Hermon”: ad animi umani, la bellezza arreca batticuore. Con la maiuscola, è batticuore più vertigini. Sii benedetto, Dio fedele e affidabile: Dio bellissimo. Poi li sveglia: «Toccatili, disse: Alzatevi e non temete» (Mt 7,17). Mica un favore l’essere da Lui sedotti: è la più febbrile delle responsabilità. Dalla vetta si potrà solo scendere.

Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima: (2) La forza distruttiva del peccato: Infatti, quando non viviamo da figli di Dio, mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature – ma anche verso noi stessi – ritenendo, più o meno consapevolmente, di poterne fare uso a nostro piacimento. L’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare, seguendo quei desideri incontrollati che nel libro della Sapienza vengono attribuiti agli empi, ovvero a coloro che non hanno Dio come punto di riferimento delle loro azioni, né una speranza per il futuro. Se non siamo protesi continuamente verso la Pasqua, verso l’orizzonte della Risurrezione, è chiaro che la logica del tutto e subito, dell’avere sempre di più finisce per imporsi. La causa di ogni male, lo sappiamo, è il peccato, che fin dal suo apparire in mezzo agli uomini ha interrotto la comunione con Dio, con gli altri e con il creato, al quale siamo legati anzitutto attraverso il nostro corpo. Rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere, così che il giardino si è trasformato in un deserto. Si tratta di quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri. Quando viene abbandonata la legge di Dio, la legge dell’amore, finisce per affermarsi la legge del più forte sul più debole. Il peccato che abita nel cuore dell’uomo – e si manifesta come avidità, brama per uno smodato benessere, disinteresse per il bene degli altri e spesso anche per il proprio – porta allo sfruttamento del creato, persone e ambiente, secondo quella cupidigia insaziabile che ritiene ogni desiderio un diritto e che prima o poi finirà per distruggere anche chi ne è dominato.

Condividi su:   Facebook Twitter Google
14 marzo 2019, parrocchiadiprestino