La Parola Della Domenica – 24 febbraio

La Parola Della Domenica – 24 febbraio

Dal primo libro di Samuèle: In quei giorni, Saul si mosse e scese nel deserto di Zif, conducendo con sé tremila uomini scelti d’Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif. Davide e Abisài scesero tra quella gente di notte ed ecco, Saul dormiva profondamente tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra presso il suo capo, mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno. Abisài disse a Davide: «Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo». Ma Davide disse ad Abisài: «Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?». Davide portò via la lancia e la brocca dell’acqua che era presso il capo di Saul e tutti e due se ne andarono; nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò: tutti dormivano, perché era venuto su di loro un torpore mandato dal Signore. Davide passò dall’altro lato e si fermò lontano sulla cima del monte; vi era una grande distanza tra loro. Davide gridò: «Ecco la lancia del re: passi qui uno dei servitori e la prenda! Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore».

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi: Fratelli, il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste.

Dal Vangelo secondo Luca: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Davide, che aveva salvato il suo popolo da Golia e aveva combattuto vittoriosamente per il re d’Israele Saul, era perseguitato da Saul che voleva ucciderlo. Il brano di oggi ci mette di fronte un momento particolare del confronto: Davide ha la possibilità di uccidere Saul, ma non lo fa. Dimostra una magnanimità senza limiti, una grande capacità di perdono. Un esempio meraviglioso di quell’amore che perdona di cui parlerà, mille anni dopo, Gesù: la vicenda di Davide si rivela come profezia dell’insegnamento evangelico; “Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono…”. È il comandamento dell’amore che perdona, che è imitazione dell’amore generoso del Padre celeste, che “rende figli dell’Altissimo”, che “è benevolo verso gli ingrati e i malvagi”. La sintesi è “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”. Con l’aggiunta: “Non giudicate… non condannate; perdonate…”, e la promessa del premio di Dio a chi si comporterà così. In altre parole: la vita cristiana è fatta di amore, di benedizione, di perdono. La parola che appare più significativa è quel “come” a cui si aggiunge “così”: “Come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro”. È la premessa dell’insegnamento fondamentale: Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. “Come” il Padre: è possibile? Con le sole forze umane, no; con la grazia e la forza di Dio, sì. Il senso vero e pieno della vita cristiana: essere “comeDio, nell’amore, nella vita. Un cammino che non deve fermarsi mai

OMELIA A SACROFANO: LIBERI DALLA PAURA (PAPA FRANCESCO)

La ricchezza delle Letture può essere riassunta in: “Non abbiate paura”.   gli Israeliti presso il Mar Rosso, (sono) terrorizzati dal fatto che il Faraone li ha inseguiti e sta per raggiungerli. Molti pensano: era meglio rimanere in Egitto e vivere come schiavi piuttosto che morire nel deserto. Ma Mosè invita il popolo a non avere paura, perché il Signore è con loro(Es 14,13). Il lungo viaggio attraverso il deserto, necessario per giungere alla Terra promessa, comincia con questa prima grande prova. Israele è chiamato a guardare oltre le avversità del momento, a superare la paura e riporre piena fiducia nell’azione salvifica e misteriosa del Signore. In Matteo (14,22-33), i discepoli restano turbati e gridano per la paura alla vista del Maestro che cammina sulle acque, pensando che sia un fantasmama Lui li rassicura: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (v. 27). Pietro, con un misto di diffidenza ed entusiasmo, chiede a Gesù una prova: «Comandami di venire verso di te sulle acque» (v. 28). Gesù lo chiama. Pietro fa qualche passo, ma poi (per) la violenza del vento comincia ad affondare. Mentre lo afferra per salvarlo, il Maestro lo rimprovera: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». (Così) il Signore parla oggi a noi e ci chiede di lasciare che Lui ci liberi dalle nostre paure. La paura è l’origine della schiavitù: gli israeliti preferirono diventare schiavi per paura. È anche l’origine di ogni dittatura, perché sulla paura del popolo cresce la violenza dei dittatori. Di fronte alle cattiverie e alle brutture del nostro tempo, anche noi, come il popolo d’Israele, siamo tentati di abbandonare il nostro sogno di libertà. Proviamo legittima paura di fronte a situazioni che ci sembrano senza via d’uscita. Così, ci chiudiamo in noi stessi, nelle nostre fragili sicurezze umane, nel circolo delle persone amate, nella nostra routine rassicurante. E alla fine rinunciamo al viaggio verso la Terra promessa per tornare alla schiavitù dell’Egitto. Questo ripiegamento su sé stessi, segno di sconfitta, accresce il nostro timore verso gli “altri”, gli sconosciuti, gli emarginati, i forestieri – che peraltro sono i privilegiati del Signore (…). E questo si nota particolarmente oggi, di fronte all’arrivo di migranti e rifugiati che bussano alla nostra porta in cerca di protezione, sicurezza e un futuro migliore. È vero, il timore è legittimo, anche perché manca la preparazione a questo incontro. «Non è facile entrare nella cultura altrui, mettersi nei panni di persone così diverse da noi, comprenderne i pensieri e le esperienze. E così, spesso, rinunciamo all’incontro con l’altro e alziamo barriere per difenderci». Rinunciare a un incontro non è umano. Siamo chiamati invece a superare la paura per aprirci all’incontro. E per fare questo non bastano giustificazioni razionali e calcoli statistici. Mosè dice al popolo con un nemico agguerrito che lo incalza alle spalle: «Non abbiate paura», perché il Signore non abbandona il suo popolo, ma agisce misteriosamente nella storia per realizzare il suo piano di salvezza. Mosè si fida di Dio. L’incontro con l’altro, poi, è anche incontro con Cristo. Ce l’ha detto Lui stesso. È Lui che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito. Può essere compreso in questo senso anche l’incoraggiamento del Maestro ai suoi discepoli: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27). È davvero Lui, anche se i nostri occhi fanno fatica a riconoscerLo: coi vestiti rotti, con i piedi sporchi, col volto deformato, il corpo piagato, incapace di parlare la nostra lingua… Anche noi, come Pietro, potremmo essere tentati di mettere Gesù alla prova e di chiedergli un segno. E magari, dopo qualche passo titubante verso di Lui, rimanere nuovamente vittime delle nostre paure. Ma il Signore non ci abbandona! Anche se siamo uomini e donne “di poca fede”, Cristo continua a tendere la sua mano per salvarci e permettere l’incontro con Lui, un incontro che ci salva e ci restituisce la gioia di essere suoi discepoli. Se questa è una valida chiave di lettura della nostra storia di oggi, allora dovremmo cominciare a ringraziare chi ci dà l’occasione di questo incontro, ossia gli “altri” che bussano alle nostre porte, offrendoci la possibilità di superare le nostre paure per incontrare, accogliere e assistere Gesù in persona. E chi ha avuto la forza di lasciarsi liberare dalla paura, chi ha sperimentato la gioia di questo incontro è chiamato oggi ad annunciarlo sui tetti, apertamente, per aiutare altri a fare lo stesso, predisponendosi all’incontro con Cristo e la sua salvezza. Fratelli e sorelle, si tratta di una grazia che porta con sé una missione, frutto di affidamento completo al Signore, che è per noi l’unica vera certezza.

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22 febbraio 2019, parrocchiadiprestino