La Parola della Domenica – 3 febbraio

La Parola della Domenica – 3 febbraio

O Dio, che nel profeta accolto dai pagani e rifiutato in patria manifesti il dramma dell’umanità che accetta o respinge la tua salvezza, fà che nella tua Chiesa non venga meno il coraggio dell’annunzio missionario del Vangelo.

Dal libro del profeta Geremia
   Nei giorni del re Giosìa, mi fu rivolta questa parola del Signore: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti».   
Salmo
La mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi    Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe.

Dal vangelo secondo Luca In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

 

Hanno capito tutto a puntino, pur non avendo capito un fico-secco di quelle parole, di quella Presenza così familiare e, al contempo, così foresta. Si sono resi conto – il giorno ch’è tornato tra la sua gente, la medesima che l’aveva visto nascere, crescere e abbeverarsi alla stessa fontana – ch’era diventato una star: «Erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca». Lo stupore è tanto, il bambino s’è ingigantito, Nazareth non è più una borgata anonima: è diventata la terra più citata, s’è eccitata, è tutta nel nome di quel Rabbì che, solcando le terre di Palestina, porta a spasso il buon nome di casa sua. Hanno capito tutto, dunque, della profezia del loro paesano: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato»? Mica tanto, a quanto scrivono i Vangeli, se i suoi paesani si son subito premuniti di ridimensionare la vastità di quelle parole che creavano così grande turbolenza attorno. Di riportare alla loro portata la sua grandezza: «Non è costui il figlio di Giuseppe?» Che era come dire: “Ditegli di abbassare le ali, sappiamo bene che lavoro fa suo padre. Pare che si sia montato la testa, ultimamente: cosa ne pensate?”

Non è mai cosa affatto semplice, nemmeno per un genio smisurato come Dio, rincasare al proprio paese con addosso una pretesa di verità da condividere. Senza, per questo, sentirsi dare del matto al punto tale da vedersi accompagnare dai suoi paesani fin sulla cima del monte; per poi tentare di gettarlo giù. Il profeta di Nazareth mica è uno zimbello, era profeta anche delle logiche elementari dell’esistenza: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria». Accipicchia, guarda perché s’infuriano con Lui fino a volerlo sfracellare giù dal dirupo: perché, cosa imperdonabile, nella piazzetta di Nazareth non faceva il giocoliere come a Cafarnao. Quattro salti, cosa sarà mai: forza! Ricomponi due ossa anche per noi, rimetti in sesto due malandati, rimetti in moto quel corpo dissestato. Forza, paesano: facci godere un po’ anche noi, come han goduto quelli di Cafarnao l’avanti-eri. Loro lo vedono, Lui li guarda; loro lo sentono, Lui li ascolta; loro lo spingono, Lui li tocca. Era Uomo di sfumature, per questo mise subito le cose in chiaro: «Nessun profeta è bene accetto nella sua patria».Come promemoria per una sfida che è solo agli inizi.

Infuriati come delle bestie cui viene tolta l’acqua, i suoi paesani. Disperati al punto tale da aizzarsi vicendevolmente, fin quasi a condursi verso il delitto di omicidio-premeditato sul monte. Da dove giunge questo loro infuriare così tempestoso da diventare smanioso di morte? Dall’attesa di Dio: roba da capottarsi dalle risate, se non fosse stato proprio così. Quell’Uomo, paesano, è colpevole d’aver portato a casa un’immagine di Dio diversa da quella che, in piazza, stavano aspettando tutti. A Nazareth, come a casa mia, dicevano tutti d’aspettare Dio. In realtà, però, erano tutti in attesa della loro immagine-di-Dio. Affacciatosi sulla piazza con il suo Vero volto – con parole di protesta, di stupore, di compimento – Gli han semplicemente detto: “Sta buono, sappiamo tutti di chi sei figlio”. Poteva dirsi Dio colui che, anni prima, maneggiava la pialla, giocherellava sulla piazza coi loro figli, saltava i fossi di primavera inseguendo i medesimi amori di tutti? Follia, anche solo a pensarsi: figurarsi a trovarselo di fronte un giorno, coi rotoli della Scrittura che si tramutavano in storia. Un Dio così umano spaventava, anche se era quello che tutti dicevano d’aspettare, di sognare. D’attendere fin quasi al delirio dei sensi. Giù dal monte, subito!

Lui: come si comporta in faccia ai suoi paesani turbolenti? Da signore, ovviamente: «Si mise in cammino». Mica si ritira dalla scena: prosegue tranquillo altrove, verso altri villaggi. Non fugge, tanto meno va a nascondersi: «Passando in mezzo a loro». Sotto i loro occhi, alla luce del sole, nella piazza di Nazareth. Da quel giorno tanti han smesso di cercare Cristo perché terrorizzati al solo pensiero, un giorno, di poterlo incontrare. Diverso dal Cristo sognato.

 

Sol. Sii benedetto, Signore nostro Dio, che ci chiami a testimoniare,

mediante il Sinodo diocesano, la nostra fede in te

e a proclamare il tuo amore misericordioso,

sempre vivo e ardente verso tutti.

 

Sol. Sia il Sinodo della tua Chiesa di Como un impegno

che coinvolga tutti i battezzati, membri del popolo di Dio,

chiamati a trasmettere oggi la gioia di essere discepoli di Cristo,

volto della misericordia del Padre.

 

Sol. Sia il Sinodo una prova che manifesti il grado di maturità

della nostra Chiesa, mediante l’ascolto docile della tua Parola,

insieme al confronto leale e al dialogo costruttivo tra di noi,

in vista di scelte coraggiose che lo Spirito Santo susciterà,

a promozione di una cultura della misericordia.

 

Sol. Sia il Sinodo un segno che confermi la possibilità

di diventare santi nell’oggi di questo mondo

e insieme permetta ai cristiani di diffondere il buon profumo di Cristo, al ritmo della fantasia della misericordia,

dimensione centrale e permanente della vita cristiana.

TuttiAscolta, Signore, la preghiera del tuo popolo.

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1 febbraio 2019, parrocchiadiprestino