Dal libro del profeta Isaìa Cercate il Signore, mentre si fa trovare,
invocatelo, mentre è vicino.
L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che iorimanga nel corpo. Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.

Dal Vangelo secondo Matteo In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».
La vigna è il campo più amato, quello in cui l’agricoltore investe più lavoro e passione, fatica e poesia. Senza poesia, infatti, anche il sorso di vino è sterile. Vigna di Dio siamo noi, sua coltivazione che non ha prezzo. Lo racconta la parabola del proprietario terriero che esce di casa all’alba, che già dalla prima luce del giorno gira per il villaggio in cerca di braccianti. E vi ritornerà per altre quattro volte, ogni due ore, fino a che c’è luce.
A questo punto però qualcosa non torna: che senso ha per un imprenditore reclutare dei giornalieri quando manca un’ora soltanto al tramonto? Il tempo di arrivare alla vigna, di prendere gli ordini dal fattore, e sarà subito sera. Allora nasce il sospetto che ci sia dell’altro, che quel cercatore di braccia perdute si interessi più degli uomini, e della loro dignità, che della sua vigna, più delle persone che del profitto. Ma arriviamo al cuore della parabola, la paga. Primo gesto spiazzante: cominciare da quelli che hanno lavorato di meno. Secondo gesto illogico: pagare un’ora di lavoro quanto dodici ore. E capiamo che non è una paga, ma un regalo. Quelli che hanno portato il peso del caldo e della fatica si aspettano, giustamente, un supplemento alla paga. Come dargli torto? Ed eccoci spiazzati ancora: No, amico, non ti faccio torto. Il padrone non toglie nulla ai primi, aggiunge agli altri. Non è ingiusto, ma generoso. E crea una vertigine dentro il nostro modo mercantile di concepire la vita: mette l’uomo prima del mercato, la dignità della persona prima delle ore lavorate. E ci lancia tutti in un’avventura sconosciuta: quella di una economia solidale, economia del dono, della solidarietà, della cura dell’anello debole, perché la catena non si spezzi. L’avventura della bontà: il padrone avvolge di carità la giustizia, e la profuma. Mi commuove il Dio presentato da Gesù, un Dio che con quel denaro, che giunge insperato e benedetto a quattro quinti dei lavoratori intende immettere vita nelle vite dei più precari tra loro. La giustizia umana è dare a ciascuno il suo, quella di Dio è dare a ciascuno il meglio. Nessun imprenditore farebbe così. Ma Dio non lo è; non un imprenditore, non il contabile dei meriti, lui è il Donatore, che non sa far di conto, ma che sa saziarci di sorprese. Nessun vantaggio, allora, a essere operai della prima ora? Solo più fatica? Un vanto c’è, umile e potente, quello di aver reso più bella la vigna della storia, di aver lasciato più vita dietro di te. Ti dispiace che io sia buono? No, Signore, non mi dispiace, perché sono l’ultimo bracciante, perché so che verrai a cercarmi ancora, anche quando si sarà fatto molto tardi.

Morto. Anzi no, ucciso: è stato ucciso don Roberto Malgesini, il prete della gente senza-nessuno di Como. La morte l’ha aspettato lo stesso giorno nel quale è stato ammazzato don Pino Puglisi: era il 15 settembre anche quel giorno del lontano 1993. Ammazzati entrambi nel loro salotto ch’era la strada. Un salotto, la chiesa di Cristo, la postazione migliore per indagare il mondo, la storia, Dio, i suoi segreti percorsi quaggiù. Ad accomunare tutti costoro è l’essere dei pretacci, come li definirebbe la candida penna di Candido Cannavò: gente che all’incenso delle navate predilige l’odore di piscio delle strade, alla sicurezza della sacristia sceglie i crocicchi slabbrati, il paese degli scapestrati. Non hanno un partito d’appartenenza – anche se in tanti si affrettano a catalogarli come “preti-di” – né guardano alla carnagione di chi si fa loro incontro: appartengono a Dio, punto. Sono i cani sciolti di un Dio a caccia di anime ferite, irregolari, maledette. «Era una persona mite – dicono coloro che l’hanno conosciuto -, cosciente dei rischi che correva (…) La città, il mondo non hanno capito la sua missione». Nemmeno la Chiesa a cui appartengono, il più delle volte, ne capisce il cuore: sovente sono i loro padri-vescovi a contrastarne il fiuto profetico. Eppure si ostinano, controvento e senz’olio, ad andare incontro all’uomo (s)battuto a terra. Rischiano sapendo di rischiare: o sono degli idioti della peggior specie, o hanno realizzato che per il pescatore di uomini il fatto che il mare sia agitato non potrà mai essere cagione per un giorno d’aspettativa dal lavoro. Un lavoro che lavoro non è. Ad ucciderli è la criminalità, la pazzia, l’indifferenza, l’isolamento. E’ tutta gente che, ben prima d’essere uccisa, ha già calcolato che i loro amori di oggi possano diventare i loro carnefici di domattina. Pur sapendolo, però, danno loro un tozzo di pane, donano loro un moto del cuore, additano loro uno squarcio di cielo: ad un incrocio, in un confessionale improvvisato, dentro una cella, nel silenzio di un’anonima baracca. Le loro esistenze, chissà come mai, sono sempre chiacchierate a dismisura, stazionano sulla bocca di tutti, in prim’ordine sulle labbra dei loro confratelli: a stare dalla parte di Cristo, l’accredito sono sputi, insinuazioni, beffe e derisioni. Dai propri parenti prima che dalla gente forestiera. Ogni sera, però, prima di disperarsi rammentano a se stessi a chi hanno dato la loro fiducia: ad un Uomo cheha fatto della Croce il trampolino per la vittoria. “Perchè vivono così male, eppure con l’otto per mille non mancherebbe loro niente!” insinua qualcuno. La risposta è così semplice d’apparire quasi una non-risposta: vivono (apparentemente) male perchè desiderano che vivano bene gli altri, l’altro. La loro complicazione è tutta qui. “Ben gli sta, se l’è cercata: poteva lasciar perdere quei farabutti. È ingrata quella gente” ha scritto qualcuno sui social. Invece loro l’amano questa gente, la cercano e la curano esattamente per questo: perchè è ingrata, perchè non contraccambia. Peggio: perchè all’amore potrà rispondere, forse, solamente con l’odio, il veleno, l’uccisione. “Nessun perdono per i colpevoli: galera a vita per chi l’ha ucciso!” gridano altri. La qual cosa è assai buffa: chi è morto, potesse parlare, direbbe che già li ha perdonati. E’ chi sopravvive, dunque, che non si dà pace nel fare i conti con la bontà di chi se n’è andato con un’anima luccicante dentro un corpo freddato a morte. “Pietà di loro, di tutti e due”, direbbero: di chi ha ucciso, di chi si ostinerà ad odiare pur rimanendo vivo.Questi preti randagi sono il sorriso di Dio in terra. Ci mettono la faccia, prima il cuore, prima di tutti e due mettono a disposizione la vita: giusto un attimo prima d’andare per strada depositano come cauzione la vita stessa, l’unico bene che sovente possiedono. La depositano sapendo che ogni loro viaggio all’inferno, negli ìnferi delle anime, potrà essere un viaggio di sola andata, senza più ritorno. Chissà per quale moto del cuore uno decide di rischiare sapendo di rischiare grosso: forse perchè avverte d’essere una storia bella che, però, ha bisogno di qualcuno che gliela legga perchè da solo non riesce a leggere bene tutte le parole. Si scambiano i favori, dunque: loro diventano il mantello dei poveri e i poveri, nascosti sotto i mantelli come fossero degli ombrelli, prestano loro gli occhi per guardarsi dentro. Servendosi a vicenda. Sono le intimità proibite di Dio, l’apice della confidenza divina concessa quaggiù. E’ il punto d’intersezione esatto tra cielo e terra. Somigliano a dei bellissimi prati d’erba queste anime freddate: è quando li calpesti che diventano sentieri. Sono cuorid’una libertà assoluta, profumati di Dio.

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17 settembre 2020, parrocchiadiprestino