La Parola della Domenica 23 dicembre

La Parola della Domenica 23 dicembre

O Dio, che hai scelto l’umile figlia di Israele per farne la tua dimora, dona alla Chiesa una totale adesione al tuo volere, perché imitando l’obbedienza del Verbo venuto nel mondo per servire, esulti con Maria per la tua salvezza e si offra a te in perenne cantico di lode.


Dal libro del profeta Michea Così dice il Signore: «E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità, dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui, fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele. Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio. Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra. Egli stesso sarà la pace!». 

Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.

Dalla lettera agli Ebrei Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”». Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.

Dal vangelo secondo Luca In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

 

Semplici confidenze, nulla di più. Amabili intimità tra donne sotto il cielo di Ain-Karim, nelle vicinanze di Hebron: terra di sepoltura per Abramo e Sara, Isacco, Rebecca e Lia. Fuori della casa il vociare confuso della gente che spettegola, dentro la festa del cuore: “L’anima mia magnifica il Signore (…) perché ha guardato l’umiltà della sua serva” (Lc 1,47-48). Che poi è come dire: “Pensa te, cugina: Dio s’è invaghito/ha perso la testa per la mia semplicità”.

Nemmeno Maria forse si capacitava di quello sguardo: “pensa: mi ha guardata, si è accorto di me. Lui, la bellezza”, senti quasi il batticuore di donna nel mentre lo confida: manca il respiro, la terra da sotto i piedi. Un giorno Lui – che adesso è lì, partoriente dentro di Lei – nel piccolo scruterà l’immenso: i due spiccioli della vedova, il vasetto di alabastro della peccatrice, le reti vuote dei pescatori, le membra infiacchite dei paralitici, un cuore addolorato a Nain.

Da qualcuno avrà pure imparato: “Elisabetta, Dio s’è invaghito della mia semplicità. Capisci”. Un giorno la chiameranno beata quella donna Nazarena, così beata che attorno a Lei nasceranno le più belle orazioni recitate dal popolo di suo FiglioiMagnificat, l’Ave, il Gloria di Betlemme, il Cantico di Simeone. Il rosario dei semplici, cioè della sua stirpe. Della sua discendenza.

Sembra quasi di vederla Maria: come un fiume che sbeffeggia gli argini, come una brocca che trabocca d’acqua. E di grazia: parola di Gabriele, l’Arcangelo. Tutto vorrebbe raccontare alla cugina: quello sguardo è un giogo soave da spartirsi. Le dice che è fortunata ma lo dice facendo in modo che la cugina non si senta umiliata, le racconta la sua predilezione senza farla sentire straniera alla gioia: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. E’ l’urgenza di una confidenza che è nello stesso tempo anticipo: “si, sono stata fortunata/beata!” Un anticipo di simpatia a disposizione dell’umanità: “La sua misericordia si stende su quelli che lo temono” (Lc 1,50). Chissà se Le è sfuggito a causa della troppa foga o se voleva per davvero svelarlo quell’arcano che ha fatto impazzire i secoli e sgolare i profeti. Somiglia Maria a quelle piccole donne (che si credono grandi, loro) che – per essere magari spose/amanti di un famoso giornalista – un giorno svelano all’amica del cuore: “non lo dire a nessuno, ma ti anticipo che domani uscirà una notizia bomba”. Somiglia solamente, ma è di tutt’altra fattezza la donna di Nazareth: “Elisabetta, ti anticipo che ci saranno giorni di misericordia. Li sento, ne fiuto le traiettorie, ne annuso il profumo”.

Sembra quasi frastornata Elisabetta: in pochi attimi la cugina ha aperto i rubinetti della storia, ha allagato la sua normale ferialità, ha quasi fatto passare in secondo piano l’inedito di quella maternità strappata alla sua vecchiaia. E Maria sembra accorgersene: cambia il registro, allenta la morsa come per dire: “non è merito mio, però, cugina. E’ Lui che è generoso”. Dieci volte glielo ripete, per non dimenticare: “(E’ Lui) che ha mi ha guardata, che ha fatto, che ha spiegato il braccio, che ha disperso, che ha rovesciato, che ha innalzato, che ha ricolmato, che ha rimandato, che ha soccorso, che si ricordato”. Affidabile Maria: ha creato la suspence con il suo gaudio meravigliato di donna guardata e poi s’è tirata in disparte per fare posto all’Eterno: “non io, Elisabetta, ma Dio”. Forse Elisabetta vorrebbe dirglielo alla cugina, ma teme d’essere importuna. Pesa le parole, organizza la sua critica, apre i battenti del suo pensare: “Maria, cugina mia, hai perso il senso della misura”. Come darle torto? Basterebbe gettare lo sguardo appena fuori dalla finestra e anche Maria se ne accorgerebbe: i potenti sono ancora sui loro troni e gli umili nelle catapecchie, i ricchi hanno ancora le mani piene mentre gli affamati sono a corto di speranza, Israele è ancora una terra/non terra mentre i suoi nemici non cessano d’esultare. Dove, Maria, sta succedendo questo: diccelo per favore! Altrimenti saranno in tanti a poter dire: “quando uno è innamorato non capisce più niente”. Non è ingenua Maria; e nemmeno ha mai preso le distanze dai vicini di casa. Maria è consapevole che ciò che lei vede non c’è ancora: è per questo che è corsa di fretta da Elisabetta. Per confidarle l’inaudito, per guardare assieme, per dare un Nome alla speranza: “me l’ha promesso, come aveva detto ai nostri padri, attraverso la storia di Abramo e della sua discendenza”. E’ l’inaudito che diventa storia, l’inaspettato che diventa coinquilino, l’inimmaginabile che diviene notorio: “eccola qui cugina: senti che mani ha la promessa. Non senti i piedini che battono, il battito del cuore, il respiro silenzioso. Capisci, Elisabetta: qui dentro c’è Dio che sta nascendo”. Elisabetta poggia la sua mano nel grembo della cugina: le mani tremano e la voce s’affievolisce. Anche Maria poggia le mani sul ventre della cugina. E’ più gonfio, sarà un maschio pure lui, e saranno voci accordate tra di loro: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo” (Lc 1,44). Nel loro incontro, un altro incontro: ogni viaggio è un preludio di ciò che s’incontrerà.

Tre mesi ci impiegò Maria a svuotare il cuore: quasi una stagione, quella della primavera, da aprile a giugno. La stagione della fioritura

Perché il cammino del Sinodo diventi per tutti noi occasione per rinnovare la nostra adesione di fede a Gesù Cristo, per tornare con decisione alla scuola del suo Vangelo, preghiamo.

Per tutte le comunità parrocchiali della nostra diocesi, perché nella comune ricerca e nel lavoro sinodale possano crescere nella fede e diventare luoghi di comunione e di fraternità, preghiamo.

Perché il Sinodo, attraverso la riflessione e il discernimento, sappia riconoscere i diversi carismi che lo Spirito suscita nella nostra Chiesa e promuova nuove forme di servizio, preghiamo.

Per la nostra Chiesa diocesana: con il Sinodo scopra i segni della presenza di Dio negli avvenimenti della vita e si apra a Cristo, unico salvatore, preghiamo.

Perché l’esperienza del Sinodo ci veda capaci di continuo riferimento alla Parola che salva per poter vivere ogni momento della nostra esistenza alla luce del disegno di Cristo, preghiamo.

Per la nostra comunità ecclesiale: attraverso il Sinodo dia vita ad esperienze forti di ascolto e di condivisione della Parola di Dio, per un rinnovato impegno missionario, preghiamo. Perché il Sinodo ci solleciti a un rinnovato incontro con Cristo, e la sua Parola affascini e provochi in noi scelte profetiche per la vita della nostra comunità cristiana, preghiamo.

Perché durante questo tempo di Sinodo, non manchi la nostra partecipazione attenta e responsabile per una crescita delle nostre comunità, preghiamo.

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23 dicembre 2018, parrocchiadiprestino